IL NOSTRO CASO

Mattia: fatalità di una vita umana!
Volti e risvolti...tra amore e caparbietà

La storia di Mattia comincia 4 anni fa, a Matera, in una bella famiglia. Antonella, 22enne, futura madre del piccolo, sposata da poco con Antonio, scopre di essere incinta. In famiglia è festa grande perché tutti aspettavano un bel bimbo da amare e coccolare. Come si fa in questi casi ci si mette subito a cercare un buon ginecologo che possa seguire la gravidanza e possa far andare tutto per il verso giusto. Si sceglie il medico che era considerato il migliore della città: lavora in ospedale, è scrupoloso, competente, insomma: il top. Iniziano le visite mensili, i controlli, le ecografie: va tutto bene. Il bimbo cresce, i parametri sono nella norma; anche la mammina sta benissimo, e fra un’ecografia e l’altra si scopre che è un maschietto: si chiamerà Mattia. Un’ombra scura si profila però all’orizzonte. Durante la visita cardiologica, prenotata in previsione del parto, il cardiologo nota che la pressione arteriosa è alta: 140/90 e consiglia di parlarne col ginecologo. Immediatamente parte un turbine di telefonate al medico, il quale sminuisce la cosa, adducendo come probabile causa l’agitazione per la visita. Antonella però non si sente tranquilla, si accorge che dentro di lei sta accadendo qualcosa: continua a misurarsi la pressione e i valori non scendono. Decide allora di ritelefonare al proprio ginecologo, a costo di risultare seccante. Ed in effetti la risposta è abbastanza scocciata : «Non misurarla più questa pressione! Quando vieni al controllo poi vediamo insieme!». Passa una settimana dalla visita cardiologica ed il bimbo sembra non muoversi più. Una corsa in ospedale, una nuova ecografia ed altre rassicurazioni: il feto sta bene. Ma la famiglia di Mattia non si arrende: la pressione continua ad essere alta ed il bambino si muoveva troppo poco. Riprendono le telefonate al ginecologo e riprendono le rassicurazioni finché il medico, sfinito probabilmente, acconsente al ricovero nell’ospedale di Matera. In ospedale il dottore non si fa vedere, ma altri medici fanno visite ed analisi. La mattina seguente come un fulmine a ciel sereno chiamano Antonella nella stanza del primario e le dicono che è necessario il trasporto al nosocomio di Potenza. «Per precauzione!» dicono «il bambino potrebbe voler nascere, e noi non abbiamo la terapia intensiva neonatale... sta tranquilla che andrà tutto bene!». Trasferita sull’elisoccorso a Potenza va direttamente in sala parto. Un taglio cesareo: siamo a 29 settimane e 4 giorni di gestazione. Mattia pesa 900 g, la mamma è viva per miracolo. Il feto era in sofferenza da circa 20 giorni, non veniva più nutrito, ed aveva avuto in utero un’emorragia cerebrale di IV grado (la più importante). Le speranze di sopravvivenza per Mattia sono molto limitate.

Nel frattempo giunge la notizia più sconvolgente: l’emorragia aveva fortemente danneggiato il bimbo e, se fosse sopravvissuto, sarebbe stato un vegetale: non avrebbe visto, sentito, non avrebbe capito e non avrebbe riconosciuto nessuno. Quattro giorni dopo arriva il permesso per Antonella di scendere a vedere suo figlio. Racconta l’episodio nonna Benedetta: «Non dimenticherò mai quella giornata! Eravamo sole, quindi la spinsi sulla sedia a rotelle con la flebo appesa per tutto l’ospedale (i reparti erano lontani). Quando arrivammo l’infermiera la fece entrare e mi diede il permesso di vedere attraverso il vetro. Antonella si mise tra me e l’incubatrice, per cui io vedevo solo il monitor. Bene, quando lei iniziò a parlargli e ad accarezzarlo, io vidi il cuoricino di quell’esserino, appeso alla vita da un sottilissimo filo, prima perdere un colpo, poi accelerare i battiti. Quando lo dissi alla primaria, mi rispose: “Signora, ma lei crede ancora nelle favole?!”. Quello stesso giorno mia figlia peggiorò, quindi non le diedero più il permesso di scendere. Ad una settimana dalla nascita, d’accordo con mio genero, decidemmo di far battezzare Mattia senza dir niente ad Antonella.» Si ritorna a casa con tante speranze nel cuore, ma il peggio doveva ancora venire. La testolina del bimbo si andava gonfiando, la fronte era tesa. Arriva la diagnosi impietosa: era sopraggiunto l’idrocefalo. Occorreva inserire nella testa di Mattia una valvola che drenasse attraverso un tubicino collegato al peritoneo, il liquor in eccesso, il quale non defluiva perché i naturali condotti erano stati otturati dall’emorragia. C’era il rischio che anche la valvola si otturasse, e quindi sarebbe stato necessario rioperare. Mattia subisce il primo intervento e poi un secondo. I medici consigliano di portare il bambino a casa in modo che potesse morire lì. Quando i genitori si accorgono che dal tubicino viene fuori del pus chiamano subito l’ospedale di Potenza, la risposta è “Ancora è vivo?! No, signora, non si preoccupi, è l’inizio della fine. Qualche ora ancora, poi muore”. Ma la famiglia di Mattia non ci sta a rassegnarsi così. La mattina partono in forze, senza prenotare per non rischiare rifiuti, e arrivano all’ospedale “Di Venere” di Bari. Qui un lungo ricovero ed altri interventi e poi la convalescenza in incubatrice. Nel frattempo Mattia aveva compiuto 2 anni ed arriva una buona notizia: il piccolo non parla e non cammina, ma riesce a vedere e a sentire e riconosce anche le persone, tanto che non appena vede qualche camice bianco strilla! La nonna di Mattia continua a raccontare: «La notte di Pasqua ripetemmo le promesse battesimali in chiesa, e il giorno dopo, in ristorante, davanti a 40 invitati, Mattia ci regalò il suo primo vero sorriso! (fino a quel momento erano state per lo più “smorfie”).

Oggi Mattia ha 4 anni. Fa fisioterapia, inizia a parlare, dà i bacini, batte le manine, non cammina ancora, ma comincia a reggersi in piedi, è molto vivace, e comincia a fare monellerie. È un gran coccolone!!!» La vita quotidiana del nostro Mattia è piena di piccole conquiste, ma anche di tante sofferenze. Possiamo fare qualcosa per Mattia e per la sua famiglia? La redazione di “SOS-Aiuto una mano tesa” ha sposato questo caso e lo gira ai suoi lettori sensibili e generosi, perché oltre al dolore e allo strazio ci sono anche tante difficoltà economiche con cui la famiglia Aresta deve fare i conti. Lo scopo è quello di tentare ogni incompiuto per farsì che il nostro piccolo Mattia possa raggiungere il più alto grado di autonomia. Ora si mira a far reggere Mattia sulle sue gambine. I medici sono fiduciosi e noi con loro. Ma solo una lunga e costosa terapia e visite specialistiche possono garantire ciò, evitando una sublussazione delle anche che si potrebbe consolidare se il bimbo non dovesse più camminare. Certamente nessuno può garantirgli uno stato di salute perfetto, ma sicuramente si può ottimizzare il suo futuro. Mamma Antonella, papà Antonio e i nonni sono speranzosi, Mattia è la loro gioia e unica ragione di vita e noi della Redazione con i nostri numerosi amici e sostenitori, siamo pronti a tendere

Grazie di cuore

Vogliamo ricordare il reparto di neurochirurgia dell’ospedale Di Venere di Carbonara, in particolare i dottori Romanelli e Ritrovato che col loro magistrale intervento hanno ridato la vita a Mattia, il personale medico ed infiermeristico del reparto di neonatologia dello stesso ospedale, che ha “ospitato” in ambiente sterile il nostro piccolo, assistendo lui e rincuorando noi, la dottoressa Sesta, del reparto di neurologia dell’ospedaletto Giovanni XXIII di Bari per le amorevoli cure che riserva ai suoi piccoli pazienti diurante i lunghi ricoveri. La pediatra di Mattia, dottoressa Paola Paolicelli, che si è documentata e segue con cura gli sviluppi del bimbo, e il centro di fisioterapia RHAM, dottori Sasanelli, Pizzulli e Don Vito, e Giovanna Pellegrini, sua fisioterapista personale, di Matera. Dal profondo del nostro cuore vi diciamo grazie, per tutto ciò che avete fatto e che continuate a fare per il nostro bambino!


Antonella ed Antonio Aresta

 

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